L'hôpital des poupées#02 2020 stampa Fine Art 30x40 cm

Sélène, le bambole e noi

Delle bambole come autentici esseri umani … E dei fotografi come novelli imbalsamatori … Questi concetti vengono in mente guardando le pupe smarrite di Sélène de Condat. Normale dunque che di seguito venga la voglia – sarà anche dovuta all’aria dei tempi – di accostare, per la sua stupefacente similitudine, il magazzino romano delle “poupées” con le catacombe del cimitero dei Cappuccini a Palermo, e la moderna peste che stiamo vivendo con il clima che vi si respirava allora.

Queste bambole sorprese dalla macchina fotografica hanno avuto una loro vita, una loro parte, una loro storia, e i loro desideri, ed eccole adesso handicappate, azzoppate, invecchiate, sciancate, e brutalmente confrontate all’idea della propria disgregazione, che non è altro che la morte. Come noi. Esattamente come noi.

Vedendo e rivedendo dunque queste facce smarrite, questi corpi disarticolati, questi sguardi vuoti, confesso che, spettatrice e attrice nello stesso tempo, mi sono identificata sia con loro che con Sélène. Come se mi riconoscessi sia nell’oggetto (la bambola), che nel soggetto (l’autrice degli scatti). Insomma, a posteriori, e col tuo permesso, cara Sélène, facciamo come se questo reportage fotografico, né neorealistico né estetizzante, alla fin fine lo avessimo realizzato assieme.  

Marcelle Padovani