L’Iran, nonostante la vicinanza (immaginifica, geografica, storica) resta un mistero e anche un insieme di stereotipi. Viene infatti percepito come un luogo privo di contrasti e di sfumature, i primi uniformati nella politica e nella religione di Stato, le seconde perse da tempo. L’Iran è raccontato al mondo occidentale attraverso i suoi artisti espatriati: chi resta è come se non avesse più voce. Eppure la voce c’è: e la si ode bene il primo giorno del nuovo anno,  a marzo, quando, ormai da tremila anni, si celebra Nawruz (nuovo giorno), una festività che risale all’epoca preislamica e che, nonostante gli sforzi, il governo non è riuscito a cancellare. Scuole e uffici restano chiusi per due settimane, tutto il Paese diventa una rilucente e coloratissima ghirlanda di stoffe, cibo e sorrisi. Le foto esposte sono scattate durante quella festività: a Nawruz tutto ciò che è l’Iran, dove non esiste analfabetismo, dove la maggior parte delle donne frequenta l’università, si riversa per le strade e si dipinge sui volti della gente, che a ogni angolo di strada canta e sorride. Le 40 immagini scattate da Rory Cappelli e Lea Codognato sono soprattutto volti di donne, donne in farsi, che raccontano la storia di un Paese diverso da quello costruito dallo stereotipo occidentale.  Durante l’inaugurazione, si è svolto un incontro con la docente di persiano Bianca Maria Filippini fondatrice con Felicetta Ferraro della casa editrice Ponte33 che pubblica autori iraniani che vivono e lavorano in Iran.